Inediti

 

Quando verrà il momento...

                                                                                 A mio figlio

Quando verrà il momento,

cerca una donna che sappia amarti
almeno in misura pari alla tua.
Non pretendere che sia perfetta,
ma che stia almeno dalla tua parte
quando fiducia, rispetto e stima,
che tu avrai mostrato di saper meritare,
le suggeriranno il suo posto.
 
Cercala che sappia credere innanzitutto
alla tua buona fede
e all'onestà dei tuoi intenti
quando tu farai riferimento ad essi,
e sappia essere tua complice
e non rivale,
così da capire la tua sconfitta,
se dovesse arrivare.
Invece di rimproverartela
per potersene avvantaggiare.
 
Cercala che non sminuisca la tua vittoria
ma si esalti per essa,
nella consapevolezza
che appartiene ad entrambi.
Che non si arroghi il diritto di giudicarti
quando tu non hai mai preteso
di diventare il suo giudice,
e rinunci a conservare la memoria dei tuoi errori
quando tu avrai mostrato
di saper dimenticare i suoi.
 
Cerca una donna che non pretenda
di gestire i tuoi sentimenti
come un bene esclusivo
che appartiene soltanto a lei ,
ma piuttosto li alimenti
nei confronti
di chi ti ha dato la vita,
così che entrambi, un giorno,
possiate contare sullo stesso amore.
 
Cerca una donna che non ritenga
che tutto le sia dovuto
solo per avere intuito che tu, per primo,
saresti disposto ad offrirle tutto.
Che non si sottragga al sacrificio
quando esso toccherebbe ad entrambi,
che non ti chieda mai di compiere
quanto ripugnava alla tua coscienza o al tuo orgoglio,
e che domani sarebbe persino disposta a rinfacciarti.
 
Cercala che conservi alcuni principi solidi
e qualche ideale,
e non sia pronta a sacrificarli
al compromesso o alla moda.
Cerca una donna che non esiti a restarti accanto
quando il mondo vorrebbe lasciarti solo
per aver sfidato l'impopolarità e il conformismo,
tenendo fede a ciò in cui credi.
 
Cercala che impari a sorridere di se stessa,
ma abbia in serbo anche un uguale sorriso
per le bizzarrie della vita.
Che conosca il rispetto dei sentimenti e delle idee,
anche quando le sarà difficile condividerle.
Che non usi il tuo desiderio come una debolezza
dalla quale trarre profitto,
e non gestisca la sua bellezza come un capitale
destinato a produrre interessi.
 
Cercala che non ti induca alla simulazione
perchè incapace di accettare la tua verità.
Che sappia trovare la forza di sostenerti nel dubbio
quando intorno a te ogni certezza sarà caduta.
Cercala, insomma, che sia disposta a fare
ciò che tu non esiteresti a compiere,
per lei,
in ogni istante della tua vita.
 
Cerca una donna che sappia riconoscere
nei tuoi gesti l'amore,
quando tu avrai mostrato di saper fare altrettanto.
Che sappia scoprire nel silenzio del tuo sguardo
tutto ciò che stavi tentando di dirle,
che conservi il ricordo delle cose
costruite insieme e di quando, insieme,
riuscivate a sognare,
e che di ciò sappia restituire anche a te la memoria.
Perchè in essa non ritroverete solo
la soddisfazione per il cammino percorso,
ma la forza per procedere ancora
lungo la strada da compiere.
 
Cerca una donna come questa,
anche quando ti coglierà il sospetto
che non dovesse esistere,
e quando l'avrai trovata
e saprai di amarla
essendone tu stesso riamato,
allora fanne la madre dei tuoi figli,
figlio mio.


LA TRAVERSATA DI NEW YORK

Hanno cominciato a sparare alle tre del mattino. Dapprima colpi lontani, poi sempre più vicini, fin quando è esploso il tuono di un fucile a pompa che si è impastato con l’urlo bestiale di Benito Lopez colpito a morte. Un uomo che si prende una fucilata che gli spappola le viscere muore sempre incazzato, perché il dolore non è più umano, diventa una reazione innaturale, selvaggia. Come di chi è troppo incazzato, appunto, per avere l’esatta percezione di ciò che gli sta accadendo. E Benito Lopez mentre urlava, schizzando di sangue la parete accanto all’ascensore, era il più incazzato figlio di puttana che Tommy Lee avesse mai incontrato sulla 94th. Tommy Lee ha sentito prima gli spari, poi i passi di corsa, poi le urla dei poliziotti, poi quelle di Benito Lopez infine il silenzio, ma non si è mosso. E come lui, nessuno ha tirato fuori la testa dal buco, a rischio di farsela portare via dai proiettili di una 45. In ogni caso , la scena Tommy Lee ce l’aveva già stampata in mente, era già nell’archivio della memoria da quando, al piano di sotto, qualcuno sparò a Mickey Dalìa, il più sfigato pusher di tutto il caseggiato. Tommy Lee si è girato dall’altra parte e si è rimesso a dormire con il sapore del sangue sulle labbra.
Si è svegliato qualche minuto fa, come ogni giorno. Sono le nove del mattino. Tommy Lee “ Zac” Brown apre gli occhi e subito lo investe il rombo minaccioso delle auto che si incrociano sotto di lui, sulla 94th. Un’ondata dopo l’altra, interminabile, senza tregua. Non un solo stridìo di gomme né il rumore improvviso di una frenata, quasi fosse del tutto impensabile persino l’idea stessa di potere arrestare quella colata continua di suoni e lamiere che invadono la carreggiata nei due sensi, saldando ad ogni momento il ferro e l’asfalto, senza lasciare interstizi capaci di interrompere, fosse solo per un istante, quel flusso.
La stanza è come sempre umida. Fa freddo, da secoli il riscaldamento non viene più riparato, ma Tommy Lee ha smesso da un pezzo di curarsene. Né gli importa più nulla di ciò che gli sta intorno e che puzza di vite sfatte. Ha persino dimenticato la sparatoria nel corridoio alle tre del mattino e non si chiede nemmeno se qualcuno abbia già lavato gli schizzi di sangue nel corridoio. Si mette a sedere sul letto, si stropiccia le palpebre e finalmente getta uno sguardo fuori, da dove giunge il rutto metallico e prolungato che gli ha già invaso la mente.
E’ come volesse constatare che nessuno gli ha modificato il mondo dove è rimasto aggrappato. I suoi occhi fissano dapprima il mare di auto che sfrecciano in basso, poi il lato opposto della strada dove un ventaglio di nuovi palazzi in costruzione sembra chiudere definitivamente la linea del suo orizzonte e ancora una volta la sensazione è quella di un naufrago senza speranza, ancora una volta sottratto a un miraggio impossibile.
Poi avverte lo scatto della maniglia e subito dopo il passo pesante di Tj che si è arrestato sulla soglia e allora, senza distogliere lo sguardo dalla strada, parla come a se stesso, e la voce ha la solenne estraneità di una sentenza:
“ Ho deciso, Tj. Oggi vado dall’altra parte”.
“ Dì un po’: non sarà per la sparatoria di questa notte….C’entri qualcosa con Benny Lopez?”
“ Mai avuto niente a che fare con lui…”
“ E allora? Come sarebbe a dire che te ne vai?”
“ Sarebbe a dire che ho deciso. Voglio attraversare la 94th ”.
Tj avanzò di qualche passo. Si fece di lato per guardarlo dritto negli occhi. Era un nero gigantesco, da anni faceva il buttafuori in un “ peep show” sette metri più sotto, all’angolo della strada, e aveva imparato alla perfezione a far paura alla gente, ma ora aveva assunto un’aria inerme e smarrita e pareva molto più vecchio dei suoi cinquant’anni.
“ Sei pazzo? Ti farai ammazzare”, disse.
“ Può darsi, ma devo provarci. E’ un pezzo che ci sto pensando, Tj…”
“ Che ti prende? Pensavo che di questa storia avessimo già parlato…? ”
“ Si, più di una volta, e io ho fatto sempre a modo tuo. Adesso, però, ho deciso. Me ne vado….E poi non credo nemmeno che le cose stiano come le hanno sempre raccontate..”
“ Credi che in tutti questi anni la gente se la sia solo inventata la paura? …Credi che la 94th sia una fottutissima qualunque strada e che chiunque possa attraversarla?…E’ questo che pensi? E allora, coraggio, accomodati e fatti ammazzare…”
Tj continua a guardarlo allarmato, quasi il ragazzo gli avesse prospettato l’intenzione di volersi arruolare volontario ai tempi della guerra in Vietnam.
“ Che ti sta succedendo, figliolo?”
“ Non lo so. So soltanto che prima o poi uno ci deve provare. Non si può passare la vita a nascondersi…”
“ Tu non ti stai nascondendo. Vivi semplicemente nel tuo quartiere….”
“ E chi l’ha detto che debbo morire qui?…”
“ In questo modo ci stai maledettamente provando, figliolo….E poi credevo che questo quartiere ti avesse già dato abbastanza…”
“ Io ce l’ho nel sangue questo quartiere ma ora voglio vedere cosa c’è sull’altro lato…Voglio vedere l’altra riva del fiume, Tj. Ho passato una vita sulla 94th …”
“ Io cinquant’anni….”
“ I miei sono solo diciassette ma è tutto quello che ho, Tj. E non voglio marcire in questo posto aspettando che diventino cinquanta….”
Tj è ammutolito e gli gira le spalle andando verso la porta. Sembra sinceramente offeso.
In realtà quello di Tommy Lee “ Zac” Brown è solo un indirizzo virtuale. Provate a chiedere a un fottutissimo taxi di portarvi sulla 94th Avenue. Col cavolo che vi ci porta. La 94th Avenue per lui non esiste. E se non esiste per tutti coloro che ci potrebbero arrivare allora vuol dire che non esiste davvero, come tutti i posti dove non va mai nessuno.
Insomma, se pensi di poterci arrivare, la 94th non la trovi da nessuna parte ma se ci vivi dentro e la conosci, eccome, allora, credimi, può essere un inferno o la linea di demarcazione che segna la fine di un’illusione.
Bè, la fissa di Tommy Lee, questa mattina, è ormai quella di tirarsi fuori dal dubbio e di vedere le carte, a costo di giocarsi l’ultima partita e perderla.
Come si fa, però, a passare dall’altro lato di una strada attraversata giorno e notte da una marea di macchine che potrebbero fermarsi soltanto se qualcuno sparasse in testa all’autista? Una strada dove non c’è un semaforo, un sottopassaggio, un varco qualsiasi, e dove non si ferma un solo autobus né c’è una fermata della metropolitana, che poi sarebbe del tutto inutile, perché qui si può nascere e morire, e passare persino, qualche volta, ma venirci apposta, mai. Una strada dove non è prevista nemmeno una merdosissima striscia pedonale visto che un volontario disposto ad attraversare la 94th non lo troveresti nemmeno se lo dovessi rivestire d’oro?
Quando nel quartiere si parla di questa storia c’è sempre qualcuno che si meraviglia e ti domanda: che te ne può importare di quello che potresti trovare sull’altro lato quando su questo c’è già tutto? E’ già da pazzi solo pensarci! Che te ne può venire dall’idea di metterti di traverso a quelle macchine che ti sfrecciano da destra e da sinistra pronte a tagliarti a fette, come le ventole di una centrifuga, voltando le spalle alla tua casa, agli amici, alle tue cose, alla tua gente, ruffiani, delinquenti e puttane che siano, ma che comunque sono della tua stessa pasta, per incontrare altri ruffiani, delinquenti e puttane che non hai mai scopato e chissà cosa potrebbero avere in serbo per te? Perché rischiare per niente?
Questi sono i dubbi di tutti quelli che se li sanno fare i conti e questi sono anche i dubbi di tutti quelli che si sono sempre rifiutati di provarci. . E come succede per le cose che non si faranno mai, si continua a parlarne. Come quando si tiene in piedi la memoria di un morto, sapendo, cioè, che non servirà comunque a niente.
Tommy Lee è però deciso a provarci. In questo quartiere ha ormai scoperto tutto ciò che c’è da scoprire. Ruffiani, delinquenti e puttane che sulla 94th hanno la rassicurante funzione dei quadri alle pareti in una casa borghese. Gli restava ormai una sola cosa da conoscere. Tutto quanto era possibile incontrare dall’altro lato della strada, sul marciapiedi opposto al suo.
Anche se cerca di scoraggiarlo Tj ha sempre pensato che Tommy Lee potrebbe persino farcela. La leggenda di colui che il vecchio Shaker aveva ribattezzato Zac, come il sibilo di una mannaia che ti stacca la testa , era nata in un sabato di settembre di due anni prima. Tommy Lee stava facendo la punta al distributore di benzina di Geremy Cartridge aspettando un estraneo che pagasse il pieno tirando fuori il portafoglio o una carta di credito, quando aveva visto fermarsi una Porsche Carrera metallizzata. Ne era sceso un bianco biondo con un giubbotto di renna marrone, occhiali rayban e l’aria sprezzante di quelli che si muovono nel mondo come in un supermercato convinti che si possa comprare di tutto. Insomma, come la maggior parte della gente. Con la sola differenza che il ragazzo biondo aveva in più, oltre a quella sacrosanta convinzione, anche i soldi necessari per provvedere agli acquisti.
La sua Porsche Carrera metallizzata valeva più o meno novantamila dollari e persino il taglio di capelli non doveva essergli costato meno di cinquanta dollari. Se non era uno dello show business il ragazzo razzolava nel mondo della finanza. Doveva essere un trader, uno di quei nazisti da terzo millennio con capelli a spazzola e vestiti da mille dollari che dal lunedì al venerdì abbaiavano a Wall Street da un ufficio telematico alle Twin Towers e il sabato sera tiravano su la coca per mettere il motore fuori giri, esattamente come si vedeva al cinema.
Il ragazzo chiese il pieno e quando si trattò di pagare tirò fuori la carta di credito e la offrì a Geremy tenendola fra il pollice e l’indice. In quel momento Tommy Lee scattò in avanti. Aveva solo quindici anni e ancora nessuno lo aveva soprannominato Zac ma tutti sapevano che aveva le ali ai piedi. Mai che un poliziotto fosse riuscito a mettergli le mani addosso dopo uno scippo, mai che qualcuno fosse riuscito a cogliere il movimento delle sue mani mentre per conto di Tj cambiava le puntate nella bisca di Turner. Non lo avevano ancora soprannominato Zac ma il titolo se l’era già meritato e questa volta la mannaia calò su quelle due dita che stringevano la Gold Card dell’American Express prima che passasse dalle mani del fighetto di Wall Street a quelle di Geremy. Un istante dopo Tommy Lee prendeva stretta la curva per svoltare l’angolo.
Di solito a quel punto della storia la vittima stava ancora cercando di realizzare cosa diavolo fosse accaduto. Alcuni si guardavano intorno o addirittura si chinavano per vedere se la carta di credito non fosse finita sotto le ruote dell’auto e quando finalmente cominciavano a urlare o facevano le mosse per inseguirlo Tommy Lee era già lontano. Quella volta, invece, Tommy Lee stava giusto svoltando l’angolo quando sentì l’imprecazione dietro le sue spalle. Il ragazzo col giubbotto di renna gli aveva urlato: “ Idiota”, quasi lo strappargli dalle mani la sua carta di credito e poi darsi alla fuga fosse stato più che un gesto criminale la mossa sfortunata di un malaccorto.
Tommy Lee imboccò Simpson Road cercando di schizzare ancora più veloce in avanti ma il ragazzo della Gold Card non lo mollava. Aveva la falcata di un campione e correva con la braccia serrate in avanti, quasi appoggiate al petto, e la testa protesa in avanti quasi a fendere l’aria, quasi fosse stato in pista e non all’inseguimento di un ragazzo che gli aveva rubato una carta di credito.
Tommy Lee invece correva a modo suo ma con la disperazione e la paura di chi si sentiva dietro le spalle le mani del nemico. Il ragazzo della Porsche gli era quasi incollato addosso ma Tommy Lee aveva dalla sua il vantaggio di quei pochi metri, dallo scippo al momento dell’inseguimento. Un vantaggio che adesso si era ridotto ad un metro appena. E un metro rimase quel vantaggio per un paio di isolati ancora fin quando non ci si mise di mezzo la sorte. Tommy Lee vide uscire dal negozio di elettricità due uomini che trasportavano un lampadario e per un soffio riuscì a scansarli. Il suo inseguitore invece ci finì sopra in pieno. Uno dei trasportatori afferrò per le spalle la sua vittima mentre stava rialzandosi e l’altro venne a dargli man forte. Volevano impedirgli di scappare dopo aver fatto il danno e non lo mollarono fin quando il ragazzo biondo non sborsò un risarcimento di settanta dollari.
Quella sera stessa Tommy Lee non consegnò la Gold Card a Russel come aveva sempre fatto con tutte le altre. Raccontò di averla perduta correndo, in pratica rimettendoci un bel po’ di soldi, e preferì portarsela nella sua stanza come una targa d’oro che in fondo non sentiva nemmeno di aver meritato. Non lo avrebbe mai confessato a nessuno, forse soltanto a Tj un giorno, ma il ragazzo biondo con i rayban aveva lo stile di un campione e forse l’avrebbe persino raggiunto se non fosse incappato nel lampadario che gli aveva sbarrato la strada.
Ci pensò tutta la notte dubitando sempre più di se stesso fin quando accadde l’imprevedibile. Due giorni dopo, al distributore di Geremy, si fermò di nuovo la Porsche metallizzata ma non per fare il pieno. Questa volta ne scese un nero con i capelli raccolti da un codino e un lungo cappotto sotto il quale si intravedeva una collana d’oro. Il nero chiese del ragazzo che aveva scippato la Gold Card e prima di avere una risposta aggiunse:
“ Sia chiaro. A me della Gold Card non frega un cazzo. Mi frega piuttosto del ragazzo. E’ un campione e non lo sa ancora. Ha quasi battuto Kit Logan”.
“ Chi è Kit Logan?” chiese Geremy.
“ Se seguissi i programmi della H.B.O. sapresti che è il primatista americano dei cento e dei duecento metri e io sono Spike Jefferson, il suo procuratore. Ho bisogno di trovare quel ragazzo. Digli che non ha niente da temere ma si deve mettere in contatto con me. Io posso cambiargli la vita”.
Jefferson consegnò a Geremy la sua carta da visita e ripartì. Un’ora dopo Tommy Lee aveva già il messaggio. Tj diceva che poteva essere una trappola e non conveniva fidarsi ma Tommy Lee ci avrebbe scommesso le sue gambe che non era una trappola ma il primo riconoscimento che gli fosse pervenuto dall’esterno del suo quartiere, quasi la Gold Card fosse stata davvero una targa d’oro e lui realmente il vincitore della corsa.
Per un paio di giorni si tenne in tasca quel biglietto da visita ma non pensò mai di chiamare Jefferson. Il terzo giorno ricopiò l’indirizzo su una busta, ci infilò dentro la carta di credito del campione, forse battuto soltanto da un lampadario di troppo, e la spedì al suo procuratore. Dentro non aggiunse alcun biglietto né una sola parola. Kit Logan avrebbe certamente capito.
Tommy Lee ha quindi deciso di attraversare la 94esima. Fa il giro del quartiere, saluta i vecchi amici, magari con i suoi stessi sogni ma senza il coraggio di realizzarli, saluta l’uomo per il quale compie i suoi piccoli furti, Lorraine, la ragazza depressa da sempre innamorata di lui, si congeda persino dai fantasmi del suo passato ma scopre subito un ostacolo. Un piccolo gangster locale vuole che lui corra contro un giovane di colore, Giorgio Washington, e ha organizzato una sfida. Ha puntato una grossa somma contro Tommy Lee, il favorito, e quindi vuole che Tommy Lee si faccia battere. Il ragazzo, però, non ascoltando i consigli degli amici, si rifiuta. Farà la sua corsa regolarmente a rischio di farsi ammazzare. Non se la sente di rinunciare all’unica cosa, correre, che ha sempre dato un senso alla sua vita.
Arriva il momento della gara e Tommy Lei vede il suo rivale, che ha il nome di un presidente, che trema di paura. Gli è stato detto infatti che se non vince verrà ucciso. La gara parte ed è come un viaggio attraverso il tempo, perché Tommy Lee, girando nel quartiere come su un circuito, è come se corresse incontro al futuro che gli mostra quanto triste sarebbe il suo, se restasse in quel posto. La gara finisce e Tommy Lee esce da quella sorta di macchina del tempo convinto di avere vinto. Invece ha perso. Ha salvato la sua vita ma sente di avere perso la sua chance. Perché se non è più il ragazzo più veloce della 94esima allora vuol dire che non ce la farà ad attraversare. Morirà affettato da un’auto che lo travolgerà a velocità. Insomma ha perso la fiducia in se stesso e vuole rinunciare alla sua impresa.
TJ, però, il nero che per lui è come un padre, gli parla. Gli dice che lui può ancora farcela. Non importa che abbia perso con George Washington. E’ successo perché quello correva col cuore, per salvare se stesso, lui invece no. Tommy Lee si convince. Alcuni dei suoi amici che hanno sempre sognato quel momento, che non avranno mai il coraggio di vivere, sono lì ad assistere come spettatori.
E lui ci prova, perché ormai sa quel è la sua strada. Andrà a trovare il Procuratore di Logan nel suo ufficio alle Torri Gemelle, dove quello lo aspetta,perché il futuro è nelle sue gambe oltre che nei suoi sogni. Prende la rincorsa e scatta.
Non vi diremo come finisce questo romanzo che rappresenta una metafora sulle insicurezze del mondo giovanile, dedicata ai giovani che non hanno il coraggio, dominati dalla pigrizia, dal conformismo e dalla paura , di “ attraversare la strada”.
Vi diremo soltanto che quel giorno è l’11 settembre del 2002.